La storia di Mior: Parte I

Storie

© Sam Nielson

Oggi inizio a pubblicare a puntate la storia di Mior, il protagonista della prima storia ambientata nella terra di Jötunne, il continente in cui si svolgono le avventure che è possibile raccontare con le regole di Colossus. Pian piano vi accorgerete che ciò che racconterò avrà una strettissima connessione con le regole per la creazione del personaggio e con le regole per gestire i conflitti. Per ogni curiosità ci sono i commenti qui in basso, ovviamente.

Doveva ancora nascere ma Knutr e Styrlaug avevano già scelto il nome di colui che sarebbe diventato il primo Addestratore: Mior. Fu in una fredda giornata di novembre che l’uomo e la donna si recarono entrambi da Una, l’indovina del villaggio, per leggere le rune del bambino e conoscerne il futuro.

La vecchia donna fece sdraiare Styrlaug sul tavolo al centro della stanza e chiese bruscamente a Knutr di ravvivare il fuoco nel braciere; poi scoprì la pancia gonfia della ragazza e vi pose sopra un logoro fazzoletto di cotone. Una si avvicinò al braciere e con abili movimenti gettò tra le fiamme una manciata di ciottoli di fiume, i quali iniziarono a sfrigolare a causa del calore. Trascorsi alcuni minuti, l’indovina raccolse i ciottoli a mani nude; Knutr la osservò inebetito e pieno di speranza. Styrlaug lo guardò e gli fece cenno di avvicinarsi; l’uomo si accostò al tavolo e raccolse l’esile mano della ragazza tra le sue.

Uno dopo l’altro i ciottoli vennero posati delicatamente sul fazzoletto di cotone. Una li premette per qualche secondo sulla pancia di Styrlaug, come a volerli imprimere sulla pelle. La ragazza stringeva la mano di Knutr e ogni tanto si faceva scappare un gemito di dolore; alcuni ciottoli erano freddi come se fossero stati appena raccolti dal fondo di un ruscello di montagna, altri invece erano roventi come lame acuminate forgiate da poco. Dopo aver depositato l’ultimo ciottolo, Una prese i quattro angoli del fazzoletto e li sollevò, tenendoli uniti tra il pollice e l’indice della mano sinistra.

Sulla pancia gonfia di Styrlaug vi erano impresse sei rune e una in particolare aveva provocato l’ustione più grave: la runa Gebo. Una sorrise e proferì le prime parole da quando il padre e la madre di Mior erano entrati in casa: «Forza d’animo avrà. Bontà e riflessione lo caratterizzeranno. La sua generosità sarà indispensabile negli anni a venire. Ma la malinconia e la tristezza altrettanto importanti per lui saranno.»

Styrlaug mormorò il nome della runa e guardò Knutr. L’uomo sorrise stancamente e chiese a Una il significato delle altre rune. L’indovina ricambiò il sorriso, si passò un paio di volte le mani rugose sul volto e decretò la fine dell’oracolo: «Tua moglie non ha più rune sulla pancia, sparite in pochi istanti sono. Tuo figlio ha un grande futuro ma c’è bisogno di tempo per scoprirlo.»

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Amidral

Storie
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© Yuri Shwedoff

“Credo si sia svegliata” fu la prima cosa che udì Amidral dopo un lungo e innaturale sonno. Aprì gli occhi e non trovò che buio attorno a sé, poi lentamente quelle che sembravano pareti vicinissime iniziarono a sbiadire e, da quel nero pece che erano, diventarono color cenere. Così Amidral riuscì a intuire qualche forma e contemporaneamente cominciò a sentire il terreno oscillare sotto di sé; sembrava quasi di essere a cavallo ma il passo era più lento e stanco, anche se costante.

Si trovava in una sorta di gabbia dalle pareti traslucenti, trasportata da un grosso rinoceronte meccanico. L’animale aveva un codice impresso sulla coscia posteriore destra, composto da numeri e lettere in alfabeto cirillico. Amidral si appoggiò alla parete anteriore della gabbia e guardò oltre il rinoceronte. A poca distanza da quest’ultimo, alcuni soldati siberiani a cavallo di robot — simili in tutto e per tutto a equini — scortavano il convoglio. Più avanti, lungo il fronte della taiga, centinaia di migliaia di tende militari occupavano una grossa depressione del terreno.

“E così ti sei fatta prendere…” Le sembrava quasi di sentire la voce del suo vecchio addestratore, dichiarato disperso da mesi. “La piccola sciamana della steppa ha fatto un passo falso.” Forse era lui, o forse no. Amidral si voltò. A parlare era un uomo avvolto in una tonaca nera, rinchiuso in una gabbia uguale a quella dove si trovava lei e trasportata da un altro convoglio a qualche metro di distanza sulla destra.

La ragazza non riuscì a vedere il volto dell’uomo, tentò di aguzzare la vista ma la parete sembrò scurirsi di nuovo. Allora Amidral frugò nelle tasche della giacca a vento ma fu inutile: non vi era traccia della stardust. Sono fottuta, pensò.

Geryurt

Storie

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La bussola non vi dirà mai stronzate, diceva l’addestratore. Geryurt aveva una teoria diversa: per il semplice fatto di dire sempre la verità, la bussola era una stronza.

Ma l’aveva condotto fin lì: una collina solitaria nella terra di nessuno e, sulla collina, una casa costruita con assi di legno. I colori sembravano smorti, in quella parte della steppa. Un nastro giallo spiccava tutto attorno alla costruzione; nei punti in cui era strappato, svolazzava annoiato sospinto da un vento ancor più ignavo. Inchiodato sulla porta vi era un foglio di carta con tre sole parole: Luogo non sicuro. Geryurt sorrise stancamente, sollevò il nastro giallo ed entrò.

Prima sentì il puzzo di bruciato e con sollievo si accorse che non vi erano note dolciastre nell’aria, poi gli occhi cominciarono ad abituarsi all’oscurità. La fuliggine aveva attecchito ovunque, tutto era ricoperto da uno spesso strato di polvere nera, anche le superfici verticali. Qualche solitario raggio di luce riusciva a penetrare tra le assi di legno e indugiava a lungo prima di trovare qualcosa che ne perpetrasse in qualche modo il riflesso.

Le uniche impronte per terra erano quelle lasciate da Geryurt, cinque o sei passi che partivano dall’ingresso. Il ragazzo posò lo zaino per terra, spazzolò la polvere con gli scarponi e si sedette. Guardò ancora una volta l’ambiente nero attorno e chiuse gli occhi.

La botta iniziale della stardust era pura adrenalina, i muscoli si tendevano fino allo spasmo, avevi solo voglia di alzarti per sgranchirti, iniziavi ad annaspare e una miriade di punti luminosi invadeva il tuo campo visivo (chiudere gli occhi era peggio, la luce diventava accecante). Geryurt affondò le dita nella polvere nera sul pavimento e iniziò a sussurrare alcuni nomi propri, alternandoli a tutti i nomi che conosceva e che venivano utilizzati per indicare gli spiriti della casa, innocui eppure fondamentali.

Pian piano, dagli stipiti delle porte e dagli angoli formati dai mobili cominciarono a sbucare piccole creature esili e alte poco più di quindici centimetri. Avevano occhi senza iride e robusti capelli bianchi acconciati in lunghe trecce che portavano allacciate alla vita a mo’ di cintura. Non indossavano abiti e avevano la pelle scura come la fuliggine che aveva invaso la casa.

Geryurt prese nello zaino un pacco di grossi biscotti al cioccolato e invitò le creature a sedersi accanto a lui. Amidral era stata lì e gli spiriti della casa avrebbero potuto aiutarlo nella sua ricerca.

Gant

Storie
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© Yuri Shwedoff

All’epoca della Guerra delle Steppe non era facile procurarsi un mangianastri. I ribelli avevano iniziato a produrne poche unità da consegnare solo ed esclusivamente a coloro i quali erano assegnati a missioni oltre le linee nemiche, incarichi che potevano durare anche intere settimane. I possessori di un mangianastri, quindi, portavano con sé qualche nastro con le voci dei propri cari o degli amici che avevano lasciato a casa, per smorzare la solitudine e non perdere il senno.

La consegna era rigorosa, però: il mangianastri non doveva essere utilizzato sotto l’effetto della stardust. Gli spiriti non gradivano la tecnologia e un boo-tsereg non poteva permettersi il lusso di rendere instabili gli elementi che avrebbe dovuto controllare.

Gant possedeva un mangianastri ma non gli era stato assegnato come parte dell’equipaggiamento di base. Era di suo padre, morto pochi giorni prima che lui nascesse. Il ragazzo non aveva che un solo nastro, quello registrato dal padre. Aveva ascoltato quelle parole centinaia di volte. Centinaia di volte aveva atteso in maniera spasmodica la fine dell’effetto della stardust per poter riascoltare ancora la voce del padre.

Qualche settimana prima, alle pendici del Monte Burhan Haldun, aveva anche fatto adirare gli spiriti del vento poiché aveva premuto il pulsante di riproduzione quando la stardust era ancora in circolo. E il vento non era l’unico elemento suscettibile in quella zona. Una vecchia leggenda parlava dello spirito di un valoroso condottiero del passato che si aggirava tra quelle lande, mai sopitosi e mai sconfitto. Gant aveva afferrato il binocolo e il mangianastri, li aveva infilati di fretta nello zaino ed era corso a calmare il pony, irrequieto a causa dell’addensarsi di grossi nuvoloni neri a oriente.

Al ricordo del Monte Burhan Haldun, Gant ebbe un brivido. Interruppe la registrazione del padre e controllò di non aver lasciato nulla all’interno della capsula di salvataggio dove aveva trascorso la notte. Il sole stava sorgendo e Gant fischiò per richiamare il pony. Dopo una decina di secondi, il piccolo animale arrivò trotterellando, scansando le altre capsule che disseminavano quel tratto della steppa. Doveva esserci stato qualche problema con i mech; i siberiani non erano soliti lasciare tracce così visibili. Il nemico probabilmente non era lontano.

Gant strinse le cinghie dello zaino per non farlo sobbalzare durante la cavalcata e salì in groppa al pony. Ingollò una dose di stardust, scosse la testa e allargò le narici. Il vento iniziava a condurre a lui odori lontanissimi: un leggero tanfo di sudore umano bastò per metterlo in allarme. Il ragazzo guardò le nuvole sopra di lui, mormorò qualcosa e si lanciò al galoppo.

Dietro di lui iniziarono a formarsi poderosi gruppi di nuvole nere come decine di cavalli imbizzarriti e selvaggi. La missione era semplice: travolgere i sopravvissuti e catturarne uno vivo.

Gichii

Storie
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© Yuri Shwedoff

Era sangue misto a ferro, quello. E lo stava sputando dalla bocca.

Le succedeva sempre più spesso ultimamente, quando assumeva una dose di stardust. La faceva tossire fino alle lacrime, tardava a fare effetto e il branco era sempre più irruento e incontrollabile. Avrebbe dovuto parlarne con Khimiin, lui forse conosceva qualche rimedio o poteva darle qualche consiglio.

Si alzò da terra, raccolse un po’ di neve sporca e la strofinò sul viso. Più avanti, oltre la radura, si sentivano già i primi ululati. Il compito era semplice: condurre il branco il più vicino possibile al deposito militare della Federazione Siberiana. I lupi avrebbero pensato al resto, registrando ogni movimento, immagazzinando gli odori e rilevando le tracce. Per questo motivo non aveva portato con sé la pesante spada, confidando piuttosto in un paio di coltelli nascosti nelle maniche della giacca a vento.

Con due dosi di stardust in tasca non hai bisogno di spade, le diceva sempre Yeronkhii, il capo della cellula di Tushig. Quel sangue sulla neve, invece, era il testimone di qualcosa di diverso: Gichii stava crescendo e la stardust cominciava a creare troppi problemi e a fornire sempre meno soluzioni.

La ragazza strinse le briglie di Salkhi, la giumenta bianca che le era stata assegnata per quella missione, e guardò verso il confine. Il sole stava per sorgere, doveva sbrigarsi. Salì in groppa al cavallo e inspirò a fondo; un attimo prima di spronare la giumenta, controllò fugacemente nella tasca destra della giacca a vento. La seconda e ultima dose di stardust era lì, rassicurante e temibile.

Sulle tracce degli orchi – Parte 1

Storie

Raccontare storie ci è sembrato il modo migliore per farvi annusare l’atmosfera di Tirnath-en-Êl Annûn. Dopo aver seguito le orme di Nivie diretta all’accampamento dei Guardiani, ecco la storia di Aranarth, un esploratore dei Tirnath incaricato di prevenire le mosse degli orchi e far scattare la trappola.

© Tommaso Galmacci

© Tommaso Galmacci

Aranarth smontò da cavallo e si guardò intorno. La radura era immersa nel silenzio e, al di là degli alberi, più a nord, le montagne si ergevano minacciose nel terso tramonto invernale. Ultimogenito di un umile Guardiano, Aranarth aveva imparato fin da giovane a cavarsela nelle terre selvagge.

Una sera d’ottobre di molti anni prima, il padre lo aveva condotto a cavallo ai margini delle Tyrn Gordath e lì lo aveva lasciato, giurandogli che sarebbe tornato a prenderlo alle prime luci dell’alba. Sarebbero dovuti passare ancora alcuni anni prima che il Re Stregone di Angmar inviasse i suoi spettri per rianimare i poveri resti dei Dúnedain ivi seppelliti; ciò nonostante gli uomini evitavano di gironzolare tra quei colli erbosi al calar del sole.

Aranarth ricordava di essersi seduto sull’erba soffice e di aver aspettato fino all’arrivo del padre, il mattino dopo. Dalle Tyrn Gordath, le montagne di Angmar non erano visibili eppure l’erba era la stessa, soffice e tenace.

Aranarth si accovacciò, mosse la terra con le dita e la annusò: una flebile traccia di orchi, probabilmente di qualche settimana prima. Raramente gli orchi decidevano di non utilizzare quel sentiero. La trappola non avrebbe funzionato.

Aranarth montò sul suo cavallo, sistemò il mantello sulle spalle e si lanciò al galoppo verso l’accampamento dei Tirnath-en-Êl Annûn, i “Guardiani della Stella d’Occidente”, sperando di giungervi per tempo in modo tale da avvertirli del pericolo che correvano e poi spingersi più a sud per cercare le tracce di un pericolo strisciante.

Laho calad! Drego morn! – Parte 1

Storie

Daniele ha pensato bene di scrivere un piccolo pezzo di fiction dedicato a un ipotetico personaggio di Tirnath-en-Êl Annûn: Nivie. Ovviamente ce ne siamo innamorati perdutamente.

Nivie

© Dejan Vu

«Laho calad! Drego morn! Fiammeggia luce! Fuggi notte!». Era bastato il primo urlo di battaglia a dare loro la forza di combattere. Era bastata la frana furiosa della montagna sotto gli zoccoli di Beran a separarla dagli altri.

Nivie figlia di Araret cavalcava solitaria ormai da ore, dopo essere stata costretta dagli Orchi di Gundabad a dividersi dal resto del suo gruppo. L’inverno era rigido, come sempre, sulle prime alture delle Montagne Nebbiose dell’Angmar orientale, e specialmente quello del Gorothlad, la “Valle dell’Orrore”.

Mentre spronava Beran, il suo fido destriero, Nivie ripensava alle ultime parole di commiato dette a Harden figlio di Caler. L’amore per lei del ragazzo era sempre stato troppo manifesto per essere giudicato conveniente secondo l’etichetta dell’Arthedain. Era forse per quello che lo aveva sempre respinto, nonostante il giovane del Cardolan avesse coraggio e un cuore sincero, due virtù diventate rare financo tra i membri del suo Ordine.

Anche Nivie aveva coraggio, quel genere di coraggio che serve ad accettare una missione di perlustrazione così in profondità nel territorio dell’Angmar. Ma le staffette degli Elfi di Gran Burrone avevano portato notizie troppo preoccupanti per lasciarle non indagate.

E così vagava sola per quella triste landa innevata con la coscienza di aver lasciato i propri compagni alle spalle e il fardello di dover portare, almeno lei, le vitali notizie di quello che avevano visto, per permettere al campo dei Tirnath-en-Êl Annûn, i “Guardiani della Stella d’Occidente”, di prepararsi alle prime avvisaglie, perché non perissero prematuramente per mano del Nemico.

Ora sapeva cosa doveva fare: era un viaggio di diverse leghe verso sud, fino agli Erenbrulli, ma lo avrebbe fatto per amore di Harden figlio di Caler. La prossima volta che lo avesse visto, gli sarebbe corsa incontro e anche lei gli avrebbe confessato il suo amore, perché nelle situazioni più estreme emergono le fiamme che gli Uomini mortali conservano in fondo al cuore per paura di rimanerne bruciati!

Laho calad! Drego morn!

Qui la seconda parte.