Amidral

Storie
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© Yuri Shwedoff

“Credo si sia svegliata” fu la prima cosa che udì Amidral dopo un lungo e innaturale sonno. Aprì gli occhi e non trovò che buio attorno a sé, poi lentamente quelle che sembravano pareti vicinissime iniziarono a sbiadire e, da quel nero pece che erano, diventarono color cenere. Così Amidral riuscì a intuire qualche forma e contemporaneamente cominciò a sentire il terreno oscillare sotto di sé; sembrava quasi di essere a cavallo ma il passo era più lento e stanco, anche se costante.

Si trovava in una sorta di gabbia dalle pareti traslucenti, trasportata da un grosso rinoceronte meccanico. L’animale aveva un codice impresso sulla coscia posteriore destra, composto da numeri e lettere in alfabeto cirillico. Amidral si appoggiò alla parete anteriore della gabbia e guardò oltre il rinoceronte. A poca distanza da quest’ultimo, alcuni soldati siberiani a cavallo di robot — simili in tutto e per tutto a equini — scortavano il convoglio. Più avanti, lungo il fronte della taiga, centinaia di migliaia di tende militari occupavano una grossa depressione del terreno.

“E così ti sei fatta prendere…” Le sembrava quasi di sentire la voce del suo vecchio addestratore, dichiarato disperso da mesi. “La piccola sciamana della steppa ha fatto un passo falso.” Forse era lui, o forse no. Amidral si voltò. A parlare era un uomo avvolto in una tonaca nera, rinchiuso in una gabbia uguale a quella dove si trovava lei e trasportata da un altro convoglio a qualche metro di distanza sulla destra.

La ragazza non riuscì a vedere il volto dell’uomo, tentò di aguzzare la vista ma la parete sembrò scurirsi di nuovo. Allora Amidral frugò nelle tasche della giacca a vento ma fu inutile: non vi era traccia della stardust. Sono fottuta, pensò.

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Geryurt

Storie

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La bussola non vi dirà mai stronzate, diceva l’addestratore. Geryurt aveva una teoria diversa: per il semplice fatto di dire sempre la verità, la bussola era una stronza.

Ma l’aveva condotto fin lì: una collina solitaria nella terra di nessuno e, sulla collina, una casa costruita con assi di legno. I colori sembravano smorti, in quella parte della steppa. Un nastro giallo spiccava tutto attorno alla costruzione; nei punti in cui era strappato, svolazzava annoiato sospinto da un vento ancor più ignavo. Inchiodato sulla porta vi era un foglio di carta con tre sole parole: Luogo non sicuro. Geryurt sorrise stancamente, sollevò il nastro giallo ed entrò.

Prima sentì il puzzo di bruciato e con sollievo si accorse che non vi erano note dolciastre nell’aria, poi gli occhi cominciarono ad abituarsi all’oscurità. La fuliggine aveva attecchito ovunque, tutto era ricoperto da uno spesso strato di polvere nera, anche le superfici verticali. Qualche solitario raggio di luce riusciva a penetrare tra le assi di legno e indugiava a lungo prima di trovare qualcosa che ne perpetrasse in qualche modo il riflesso.

Le uniche impronte per terra erano quelle lasciate da Geryurt, cinque o sei passi che partivano dall’ingresso. Il ragazzo posò lo zaino per terra, spazzolò la polvere con gli scarponi e si sedette. Guardò ancora una volta l’ambiente nero attorno e chiuse gli occhi.

La botta iniziale della stardust era pura adrenalina, i muscoli si tendevano fino allo spasmo, avevi solo voglia di alzarti per sgranchirti, iniziavi ad annaspare e una miriade di punti luminosi invadeva il tuo campo visivo (chiudere gli occhi era peggio, la luce diventava accecante). Geryurt affondò le dita nella polvere nera sul pavimento e iniziò a sussurrare alcuni nomi propri, alternandoli a tutti i nomi che conosceva e che venivano utilizzati per indicare gli spiriti della casa, innocui eppure fondamentali.

Pian piano, dagli stipiti delle porte e dagli angoli formati dai mobili cominciarono a sbucare piccole creature esili e alte poco più di quindici centimetri. Avevano occhi senza iride e robusti capelli bianchi acconciati in lunghe trecce che portavano allacciate alla vita a mo’ di cintura. Non indossavano abiti e avevano la pelle scura come la fuliggine che aveva invaso la casa.

Geryurt prese nello zaino un pacco di grossi biscotti al cioccolato e invitò le creature a sedersi accanto a lui. Amidral era stata lì e gli spiriti della casa avrebbero potuto aiutarlo nella sua ricerca.

Gant

Storie
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© Yuri Shwedoff

All’epoca della Guerra delle Steppe non era facile procurarsi un mangianastri. I ribelli avevano iniziato a produrne poche unità da consegnare solo ed esclusivamente a coloro i quali erano assegnati a missioni oltre le linee nemiche, incarichi che potevano durare anche intere settimane. I possessori di un mangianastri, quindi, portavano con sé qualche nastro con le voci dei propri cari o degli amici che avevano lasciato a casa, per smorzare la solitudine e non perdere il senno.

La consegna era rigorosa, però: il mangianastri non doveva essere utilizzato sotto l’effetto della stardust. Gli spiriti non gradivano la tecnologia e un boo-tsereg non poteva permettersi il lusso di rendere instabili gli elementi che avrebbe dovuto controllare.

Gant possedeva un mangianastri ma non gli era stato assegnato come parte dell’equipaggiamento di base. Era di suo padre, morto pochi giorni prima che lui nascesse. Il ragazzo non aveva che un solo nastro, quello registrato dal padre. Aveva ascoltato quelle parole centinaia di volte. Centinaia di volte aveva atteso in maniera spasmodica la fine dell’effetto della stardust per poter riascoltare ancora la voce del padre.

Qualche settimana prima, alle pendici del Monte Burhan Haldun, aveva anche fatto adirare gli spiriti del vento poiché aveva premuto il pulsante di riproduzione quando la stardust era ancora in circolo. E il vento non era l’unico elemento suscettibile in quella zona. Una vecchia leggenda parlava dello spirito di un valoroso condottiero del passato che si aggirava tra quelle lande, mai sopitosi e mai sconfitto. Gant aveva afferrato il binocolo e il mangianastri, li aveva infilati di fretta nello zaino ed era corso a calmare il pony, irrequieto a causa dell’addensarsi di grossi nuvoloni neri a oriente.

Al ricordo del Monte Burhan Haldun, Gant ebbe un brivido. Interruppe la registrazione del padre e controllò di non aver lasciato nulla all’interno della capsula di salvataggio dove aveva trascorso la notte. Il sole stava sorgendo e Gant fischiò per richiamare il pony. Dopo una decina di secondi, il piccolo animale arrivò trotterellando, scansando le altre capsule che disseminavano quel tratto della steppa. Doveva esserci stato qualche problema con i mech; i siberiani non erano soliti lasciare tracce così visibili. Il nemico probabilmente non era lontano.

Gant strinse le cinghie dello zaino per non farlo sobbalzare durante la cavalcata e salì in groppa al pony. Ingollò una dose di stardust, scosse la testa e allargò le narici. Il vento iniziava a condurre a lui odori lontanissimi: un leggero tanfo di sudore umano bastò per metterlo in allarme. Il ragazzo guardò le nuvole sopra di lui, mormorò qualcosa e si lanciò al galoppo.

Dietro di lui iniziarono a formarsi poderosi gruppi di nuvole nere come decine di cavalli imbizzarriti e selvaggi. La missione era semplice: travolgere i sopravvissuti e catturarne uno vivo.

Gichii

Storie
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© Yuri Shwedoff

Era sangue misto a ferro, quello. E lo stava sputando dalla bocca.

Le succedeva sempre più spesso ultimamente, quando assumeva una dose di stardust. La faceva tossire fino alle lacrime, tardava a fare effetto e il branco era sempre più irruento e incontrollabile. Avrebbe dovuto parlarne con Khimiin, lui forse conosceva qualche rimedio o poteva darle qualche consiglio.

Si alzò da terra, raccolse un po’ di neve sporca e la strofinò sul viso. Più avanti, oltre la radura, si sentivano già i primi ululati. Il compito era semplice: condurre il branco il più vicino possibile al deposito militare della Federazione Siberiana. I lupi avrebbero pensato al resto, registrando ogni movimento, immagazzinando gli odori e rilevando le tracce. Per questo motivo non aveva portato con sé la pesante spada, confidando piuttosto in un paio di coltelli nascosti nelle maniche della giacca a vento.

Con due dosi di stardust in tasca non hai bisogno di spade, le diceva sempre Yeronkhii, il capo della cellula di Tushig. Quel sangue sulla neve, invece, era il testimone di qualcosa di diverso: Gichii stava crescendo e la stardust cominciava a creare troppi problemi e a fornire sempre meno soluzioni.

La ragazza strinse le briglie di Salkhi, la giumenta bianca che le era stata assegnata per quella missione, e guardò verso il confine. Il sole stava per sorgere, doveva sbrigarsi. Salì in groppa al cavallo e inspirò a fondo; un attimo prima di spronare la giumenta, controllò fugacemente nella tasca destra della giacca a vento. La seconda e ultima dose di stardust era lì, rassicurante e temibile.